Disclaimer: è sempre difficile chiudere in un anno il mare di (belle) uscite che ci sono mese dopo mese. Ci poteva anche essere l'idea di fare una lista di album, ma oggi è così raro che l'ascolto sia integrale che, come lo scorso anno, preferisco partire dalle canzoni e poi, chi vorrà, allarghi il campo a questi artisti.
Detto questo: è stato un altro anno pieno di musica, di artisti, di conferme e di nuove sensazioni. E anche mentre scrivo questa lista continuano ad uscire (magari dalle liste degli altri) nuove suggestioni e percorsi.
Insomma: c'è tantissimo di bello nel mondo, se ci lasciamo andare con un pò di curiosità e orecchie aperte attente, invece di perdere tempo nel dirci che non abbiamo tempo o voglia o interesse.
Di vita, in fondo, ce n'è una sola, per quel che sappiamo.
Per chi non lo sapesse, pubblico una newsletter settimanale che parla sempre di artisti nuovi e da scoprire, a cui puoi iscriverti qui se hai trovato in questa lista qualcosa di interessante.
Qui se vuoi la playlist su Spotify.
Anna B Savage – I Reach for you in my sleep
Terzo album per Anna B Savage, un disco che sa confermare l’incredibile talento di una ragazza sa scrivere canzoni mai banali e che con “You & I are earth” ha saputo avvicinarsi ad una dimensione più naturale, più intima e matura. Questa canzone in particolare si sviluppa con la sua consueta eleganza e poi ci regala uno dei ritornelli più belli dell’anno: memorabile nella sua semplicità.
Benjamin Booker – Same Kind of Lonely
Terzo album in carriera per Benjamin Booker, dopo ben otto anni di silenzio. “Lower” è uno straordinario disco chitarristico, di parole e emozioni, che sa essere delicato e accattivante e allo stesso tempo avere un forte impatto emotivo. Come in questa canzone, un pò la somma del disco con quell’inciso a tre quarti di canzone con i veri suoni e voci di una sparatoria in una scuola, mentre tutto riparte: vita e morte, in cinque minuti.
Heartworms – Extraordinary Wings
Jojo Orme è tra le sorprese più belle dell’anno: dopo diverse tracce già uscite, in particolare nell’Ep del 2023, serviva l’esordio ed eccolo, puntuale. Un disco straripante di personalità, soprattutto, che sa essere elettronico, ruvido, sensuale, respingente: molte facce per un diamante che si è confermato grande interprete anche dal vivo (ne ho scritto qui). E questa canzone, tra l’altro tra le più accessibili del disco guarda un pò al trip hop di certi Massive Attack e si snoda lungo una splendida melodia vocale. Abbastanza irresistibile.
Oklou – Family And Friends
Oklou è un altro esordio intenso: produttrice francese da diversi anni, si è infine, con “Choke Enough” regalata il primo disco a proprio nome. Un disco difficilmente catalogabile: sembra un disco da afterparty, ha una ritmica sempre leggera e mai spinta, ha qualche elemento che sembra essere musica classica del futuro, come in questa, che è solo una delle molto affascinanti tracce del disco. Le recensioni parlano spesso di hyperpop, sembra comunque qualcosa di contemporaneo, futurista ed elegantissimo allo stesso tempo. Da non perdere di vista.
Saya Gray – Thus Is Why (I Don’t Spring For Love)
Siamo dalle parti del disco dell’anno: Saya Gray è canadese, di formazione classica e qualche anno fa aveva pubblicato un primo disco (19 Masters) che era una insolita raccolta di demo e bozzetti, che ne facevano intravedere il talento. Ebbene: siamo andati avanti di tre anni e la penna musicale di Saya è diventata d’oro. Ogni canzone è un universo sonoro, che si muove dal pop, al country, al rock, all’elettronica, alla sperimentazione eppure sempre in forma accessibile. Un disco stupefacente, che in un mondo diverso da quello di oggi avrebbe raccolto consensi ben più ampi.
Darkside – S.N.C.
Non è che facciano tanti album i Darkside e in effetti ci sta che siano 3 in dodici album. Perché è il progetto parallelo di due grandi autori, Nicholas Jaar (una decina di dischi in quindici anni) e Dave Harrinngton, che suona in diverse band e ha pure i suoi progetti solisti. Però questo non fa mancare qualità a questa specie di progetto di elettronica morbida, meno concettuale, ad esempio, del Jaar solista e quando indovinano la canzone, lo fanno senza se e senza ma. E dunque, S.N.C. è in effetti una piccola bomba di quelle che ti immagini in un live club soffuso e con i bassi potenti, ammaliante, ma troppo aggressiva e perfettamente riuscita.
Bdrmm – Sat In The Heat
Svoltare di suono al terzo disco: è qualcosa che è successo a diverse band giovani ad esempio di quella nidiata indie-rock di inizio anni duemila e raramente con esiti buoni. Il nostro trio inglese dei Bdrmm però è di altra pasta e la sensazione è che la variazione di suono non sia avvenuta per cambiare una formula che non si sapeva come rinnovare, ma per un vero e proprio intento artistico. E quindi: dallo shoegaze e dal rock ad una più grossa componente di elettronica venata di psichedelia. Il disco è bello tutto, tra gli apici c’è questa canzone, ma non è niente di più della punta dell’iceberg.
Hamilton Leithauser – This Side of the Island
Sempre voluto bene a Hamilton Leithauser, nonostante in Italia non sia mai arrivato particolarmente: mai una data in Italia dei suoi Walkman, solo una per lui solista, tra l’altro qui a Ferrara, in apertura ai Fleet Foxes. Ma fa niente: la cosa interessante è che il nostro è sempre in grado di scrivere ottime melodie e il nuovo disco di quest’anno ne è pieno, tra cui questa dolcissima “This Side of The Island” piccolo inno ad una New York che non c’è, che ne è una perfetta esponente.
Adrien Crowley – Measure of Joy
Nato a Malta e ormai residente in Irlanda da tempo, Adrien Crowley era rimasto fuori dai radar della mia conoscenza. Eppure ha già una certa discografia, una decina di album e quest’anno è sbucato fuori per un qualche caso non chiaro, con le orecchie di chi scrive che si sono subito accese. Elegantissimo e minimale nella produzione, anche l’ultimo disco di quest’anno “Measure Of Joy” riesce ad essere un perfetto disco da mettere in ascolto su un bel giradischi, magari in buona compagnia e lasciarsi ammaliare.
The Lathums – Stellar Cast
Un gruppo rock dritto, dritto, che con il terzo disco ha un pò cercato di prendere il posto lasciato libero dagli Arctic Monkeys, ormai diretti verso una formale eleganza costruita alla perfezione ma un pò vuota d’anima. Ben diversi i The Lathums, che in tutto il disco e in particolare in questo singolone fanno qualcosa che ormai non si fa più: batteria veloce, giro di basso, chitarre e melodie, per un pezzo veloce e intensissimo che si fa amare come quei brani lì, di un paio di decenni fa.
Tamino – Babylon
È parecchi anni che inseguo Tamino, sin dal folgorante esordio che gridava a gran voce “Jeff Bucleky è rinato” e pure nascondeva qualcosa di più. Quelle influenze tra europa e mondo africano (l’Egitto in particolare), a causa probabilmente anche delle sue origini miste rendeva il nostro ragazzo belga una scoperta interessantissima. E per una volta possiamo dire che il nostro si è comunque costruito un percorso anche in Italia, vedendo le diverse date dal vivo negli ultimi anni, compreso l’Alcatraz di Milano a settembre 2025. Il nuovo disco, terzo della sua carriera, è di nuovo affascinante e interessante, intenso e profondo. Basti questa Babylon, per innamorarsene di nuovo e poi buttarsi dentro al disco per intero.
Perfume Genius – Clean Heart
Sempre amato Perfume Genius: il nostro americano è passato da timidissimo autore di canzoni quasi lo-fi eppure piene di vita (come Dark Parts, ad esempio) a uomo cosciente, molto più rilassato e accattivante, ha percorso la strada del teatro e si è insomma fatto adulto, senza perdere niente di una intensità emotiva che non si impara, semplicemente è innata. E quindi, anche questa volta l’album è bello e “Clean Heart” è una di quelle canzoni che ti fanno innamorare al primo ascolto.
Bon Iver – There’s a Rhythmn
Strana la discografia di Bon Iver: l’esordio con un capolavoro già immortale, quel Forever Emma, Forever Ago, un secondo bel disco e poi due album sempre più astratti e concettuali, sempre meno forma canzone e più sperimentazione, come a nascondere sé stesso. L’impressione è che Sable, Fable, rilascato ben sei anni dopo il precedente, sia il punto di congiunzione tra quel primo Bon Iver e il secondo, raggiungendo un ottimo punto di mezzo tra canzoni sempre particolari e allo stesso tempo sempre emotivamente riuscite, come questa “There’s a Rhythm”, tra la ballata folk e le suggestioni quasi gospel.
Annie And The Caldwells – Cant’ Lose My Soul
Siamo fuori dai consueti generi, ma questo è davvero un gran disco: Annie And the Calwell sono una famiglia, madre, padre e figlie e cantano nella loro piccola chiesa in Mississipi, riprendendo la tradizione del soul più puro, quello di matrice delle popolazioni di colore, degli schiavi e della povertà. Scrivono anche canzoni e alla fine con un certo passaparola il loro primo disco, dopo decenni di canto puro in chiesa è diventato un piccolo caso discografico, di puro passaparola tra gli appassionati che hanno scoperto in questi brani l’essenza più pura del soul oggi. Il consiglio è di ascoltare, assolutamente.
Tunde Adebimpe – Magnetic
Che bell’esordio, il primo a nome di Tumbe Adebimpe, voce dei Tv on the Radio, tra le band di culto dell’indie rock americano di inizio millennio. Uno che nel frattempo si è affacciato anche nel mondo del cinema e poi quest’anno ha deciso che era tempo. Il disco è molto vicino ai suoni della band ma è soprattutto sempre originale e fresco, si muove in diverse direzioni sonore e contiene diversi brani irresistibili, tra questa Magnetic.
Car Seat Headrest – CCF (i’m gonna stay with you)
Will Toledo è stato un altro nome di quelli di nicchia, con il suo progetto Car Seat Headrest e allo stesso tempo di puro culto, di quelli che sui forum e nelle webzine ricevevano menzioni, voti nelle classifiche di fine anno e che facevano parlare di sè. Ora il mondo è un pò cambiato, di chitarre il mondo si è un pò svuotato e di queste canzoni che arrivano a cinque, sette, nove minuti c’è molto meno interesse eppure occhio a questo disco, questo “The Scholars”, un piccolo concept album dove quello che era un progetto solista diventa un gruppo, diventa ancora più maturo e interessante, come in questa eccezionale traccia d’apertura.
Arcade Fire – Year of the Snake
La parola fine agli Arcade Fire? Se per diversi anni (fino a Reflektor, disco eccezionale) il gruppo/famiglia canadese è stato quello in grado di farsi amare da tutti, pubblico e critica, quello che è successo dopo (il primo disco sottotono, lo scandalo sessuale legato al cantante, il dignitoso “We” con alcune ottime tracce che aveva però fatto un tour a riflettori spenti proprio per quello scandalo, insomma tutto sembrava offuscarsi. E in piena onestà quest’anno si è parlato pure pochino di “Pink Elephant” teorica rinascita, disco discreto eppure ancora non ai livelli di quelle produzioni dei primi dischi anche perché nel frattempo il gruppo si è asciugato, ridotto, molti se ne sono andati e quello che è rimasto sono essenzialmente Win e Reginè, marito e moglie. Ora, due sono le notizie: che questo singolo lanciato in occasione dell’uscita è ancora una ottima canzone, che sa essere quasi memorabile e pure cercare di non strafare, rimane soffusa e sottotraccia. L’altra è che pochi mesi fa, alla fine Win e Reginè si sono separati, per cui cosa ci sia e cosa rimanga oggi di questo straordinario gruppo è difficile da dire. Ci rimane una canzone ancora bellissima, un futuro incerto e un passato glorioso.
Goddess – Animal
Un altro esordio solista di un gruppo di culto di qualche anno fa: Fay Milton era la batterista delle Savages (da cui anche Jenny Beth) ha costruito una solida carriera) e quest’anno ha pubblicato sotto il nome Goddess il proprio primo nome. Ed è estremamente interessante: tra pop, rock, soul, elettronica, ogni brano è una pura sperimentazione intensa e interessante e per presentarla ecco “Animal”, piuttosto irresistibile.
Matt Berninger – Little by little
Come faccia non si sa. “Little By Little”, dal secondo disco solista di Matt Berninger, voce dei The National è un’altra di quelle canzoni che consapevolmente non sono nulla di originale e innovativo e, allo stesso tempo, sono praticamente perfette nella loro semplicità, nell’intensità vocale. Qualche battito in sottofondo, la chitarra e la voce, tutto qua, se non fosse che ad altri non riesce e che a lui, invece, riesce quasi sempre.
Pulp – Spike Island
Come è chiaro a chi legge, qui mediamente si ascoltano novità e tutto ciò che è ancora vitale e vivo. Per cui, mediamente, l’album numero diciassette, pur buono, del cantautore storico è raramente considerato, perché preferiamo andare in cerca di nuove sonorità ed energie. I Pulp sono un pò una eccezione, visto che tornano su disco dopo 24 anni (!) e che la loro carriera si è essenzialmente snodata tutta nei soli anni novanta e quindi, viene da dirsi, che ci sarà mai da sentire. Dei buonissimi brani, ci sono da sentire: come se penna di Jarvis Cocker, che poi negli anni ha regalato diversi progetto solisti, si fosse improvvisamente ripresa in direzione Pulp ed eccolo, un disco perfetto, nel suo suonare come suonavano i Pulp, pieno di splendide canzoni, come questa Spike Island.
Haim – Gone
Quarto disco per le nostre tre Haim e sicuramente il migliore di quelli pubblicati finora. Un pò con lo sguardo verso certi anni settanta, ispiratissimo nelle canzoni, leggero e con l’atmosfera di certi viaggi in macchina in quella America che sembra non voler pensare a niente. A questo sembrano guardare le Haim e ci sono piaciute quest’anno, brave loro.
Maria Somerville – Halo
Per fortuna ci sono dischi che sanno stare soffusi, sottotraccia, non vogliono spiccare e riescono a farsi notare per la loro eleganza. Maria Somerville è irlandese, di quella Irlanda di pioggia e erba bagnata, di quei territori senza tante persone lungo scenari di scogliere e natura e ci ha regalato uno disco, Luster, che sfiora un certo dream pop (infatti esce sotto 4ad, etichetta che su certi suoni ci ha costruito una carriera) ed è un disco raffinato, soffuso, come avvolto da una coltre sonora sotto cui si staglia la voce di Maria e tutti gli strumenti. Bellissimo, tra i migliori dell’anno e di cui scegliamo questa Halo, strabiliante per quando rimanga sospesa senza voler andare in nessuna direzione particolare. E per questo bellissima.
Big Special – Hug a Bastard
I Big Special sono stati una delle più belle scoperte degli ultimi anni, un esordio tardivo (verso i trenta entrambi, senza nessun successo nelle esperienze precedenti) e una capacità non comune di raccontare periferie, problemi, la classe media e bassa di quella Inghilterra di oggi. Voce e batteria come assi portanti dei brani, spogli eppure ritmici, pulsanti e sempre un pò ruvidi, con quella pronuncia forte, di un inglese che non vuole essere in nessuna maniera internazionale, ma solo british. Questa canzone, con un piglio ritmico coinvolgente è un ottimo esempio del secondo disco uscito un pò a sorpresa nell’estate, ma occhio anche alla lenta ballata rilasciata a fine novembre, “drapped up a hill” di una delicatezza e intensità uniche.
Ethel Cain – Fuck My Eyes
Ethel Cain è un insolito fenomeno, sembra essere una di quelle persone con una personalità diversa dagli altri, ha pubblicato quest’anno sia il secondo che il terzo album e il primo di questi due era un disco tosto, dove la prima e la terza canzone sono di dodici e tredici minuti di durata, in rete c’è un video in lascia il palco in lacrime durante una canzone e altri dove sembra essere sicura di sè, in pieno controllo da star quasi gotica, con la croce sul palco alle spalle. Insomma è qualcosa di particolare eppure sta raggiungendo pubblici importanti, ha ormai tre milioni di ascoltatori mensili su Spotify e anche il concerto italiano di quest’anno è stato raccontato come un piccolo evento. È tutto molto strano, è tutto molto bello e alla fine passano i mesi e questa “Fuck My Eyes”, tratta dal secondo di questi due album è splendida e rimane in testa, come rimangono in testa gli artisti che hanno una personalità superiore agli altri, come Ethel.
Racing Mount Pleasant – Your New Place
A proposito di artisti e dischi che non dovrebbero interessare a nessuno e invece, vedendo anche qualche classifica di fine anno, sono arrivati, ecco i Racing Mount Pleasant. Dalle parti dei Black Country, New Road (i primi) dalle parti di quei gruppi che fanno musica con strumenti presi quasi dalla classica e che nel tempo che oggi una canzone dovrebbe dire tutto (un paio di minuti) costruisce solo l’introduzione e poi, minuto 1:50 eccoli che partono, che raccontano una storia di chitarre, archi, batterie, voci che si incastrano e si inseguono e si fanno amare. Il disco è tutto così, fatto di emozioni e costruito senza sovrastrutture, come fatto in casa e suonato dal vivo ed è un gran bel sentire.
Wolf Alice – Bread Butter Tea Sugar
I Wolf Alive sono ormai diventati un gruppo rilevante e con questo ultimo disco hanno scelto una impostazione che guarda un pò al passato, più accessibile e quindi ancora più accattivante. In realtà l’ascolto scivola in maniera abbastanza leggera, senza grossi picchi, peccato però che poi si arrivi qui, in una canzone che pare essere qualcosa dei Belle&Sebastian e che nella seconda parte diventa abbastanza irresistibile, nei suoi incroci vocali e nella ritmica sbarazzina, in una sonorità che sembra arrivare da qualche decennio fa e che ce la fa. Non siete irresistibili, Wolf Alice, ma di tanto in tanto tocca ammettere che le canzoni le sapete fare.
Blood Orange – The Field
La sensazione, ascoltando il nuovo disco di Blood Orange, è che sarebbe rimasto quasi inosservato. Molto più delicato ed essenziale che in passato, un disco introspettivo, elegante e misurato, fatto di un soul/pop ancora meno accattivante di certi dischi che avrebbero meritato ben più successo commerciale. E invece no: il disco sembra essere andato bene ed è finito pure in tante classifiche di fine anno, capitanato da questa incredibile cover/rivisitazione di un brano degli anni novanta per finire in tutti gli altri brani. Bravo lui, bravi gli ascoltatori a dargli lo spazio che meritava.
Emma Louise, Flume – Shine, Glow, Glisten
A volte sono belle le canzoni che sanno essere accomodanti, per chi ascolta, perché danno un senso di già sentito. E poi ci sono quei brai che ti proiettano nello spazio del futuro: il disco di Emma Louise e Flume, austrialiani (lei l’abbiamo già sentita con i Boy&bear, lui come produttore a proprio solista) è esattamente perfetto per raccontare come trovare melodie dentro a suoni digitali, come rielaborare voci e strumenti per viaggiare dentro a suoni che sembrano (ancora) provenire dal 2050 e da città cibernetiche, pur mantenendo tutta l’umanità degli autori. Un gran bel viaggio.
Big Thief – Words
I Big Thief sono un pò l’opposto della canzone precedente, si appoggiano al classico, alla canzone rock e folk, agli strumenti naturali, scelgono quasi sempre una produzione che suona quasi analogica, leggermente imperfetta e che ricorda i grandi gruppi di qualche decennio fa. Piacciono ma non sempre, secondo chi scrive, sono stati così indimenticabili, l’album uscito quest’anno però è più asciutto e misurato e i picchi ci sono, come in questa Words, accompagnata da una sezione ritmica più intensa rispetto al solito, che si amare parecchio.
Geese – Taxes
Probabilmente uno dei casi dell’anno, un disco che è riuscito a finire dentro a tanti classifiche e a ricevere supporto da tanti: improvvisamente, al terzo album il gruppo americano, che suona come i grandi gruppi rock del passato è arrivato al successo. E la cosa interessante è che non c’è dentro al disco la canzone che tutti indicano come un capolavoro, ma diversi apici di una scrittura sempre un pò sbilenca, particolare, che non cerca di farsi amare ma ci riesce. Ma al di là di tutto Taxes è una vera e propria gemma (e il video segue perfettamente la traiettoria della canzone) iniziando un pò incerta, con quella voce mai del tutto aggraziata e poi, dopo un minuto e mezzo ecco il cambio di ritmo, l’energia che sale, la melodia perfetta, per una canzone che non sembra avere nemmeno un ritornello ma che pure suona perfettamente amabile da tutti.
Kieran Hebden, William Tyler – Spider Ballad
Un disco complesso, quello di Four Tet (nome d’arte di Kieran Hebden) e William Tyler, fatto di idee leggere, suggestioni elettroniche e vortici sonori delicati. Non è musica ambient, è elettronica delicata e di gran gusto, un disco che magari non viene da immaginare come ascoltato per piacere, ma che, se impariamo a rallentare e a lasciare fluire suoni e musica, diventa pura magia, come in queste pulsazioni leggere e il suo crescendo di battiti.
Tame Impala – My Old Ways
Quasi tutte negative le recensioni del nuovo disco di Kevin Parker, ben più conosciuto come Tame Impala. Il nostro si è diretto verso la cultura rave e l’elettronica più spinta, mettendo un pò a lato le psichedelie rock del passato e ottenendo un disco che è sembrato deludere molti. E se è vero che non è sempre a fuoco, occhio a sottovalutare il talento del nostro. Ad esempio “My Old Ways”, apertura del disco è una gemma vera e propria: introduzione quasi soffocata nei suoni, melodia irresistibile, intrecci vocali in crescendo, probabilmente il miglior modo di aprire un album in questo 2025. Un disco criticato forse più per le aspettative che non per il disco in sè, da non dimenticare.
The Antlers – Blight
Il simbolo dell’eleganza: gli Antlers sono in pista ormai da vent’anni e diciamo gli, al plurale, nonostante siano in sostanza la creazione solista di Peter Silberman. Raro che dopo tanti album, sette con questo “Blight” si riesca a mantenere una qualità compositiva così alta e invece è riuscita la magia anche questa volta. E tra le altre c’è questa canzone, non a caso quella che dà il titolo al disco, che è semplicemente splendida nella sua costruzione di note di pianoforte e arrangiamenti leggeri per poi lasciarsi andare ad un finale quasi spruzzato di jazz e di un crescendo emotivo che lascia senza fiato.
Florence & The Machine – Everybody Scream
L’avevamo un pò lasciata da parte, Florence, dopo l’esordio in cui si era pienamente inserita tra gli artisti in quota indie da seguire. Energica e intensa, ci era sembrata andare più in una direzione patinata, pur essendo una autrice di livello. Beh, una esperienza di grave rischio per la propria salute e un generico senso di maturità e consapevolezza ce l’hanno riportata in scena con un ottimo disco, mai banale e vibrante, capitanato da un singolo che ha l’estetica sonora del classico, non a caso uscito il giorno di Halloween: l’essenza è quella dell’energia spirituale più profonda e ci sono cori, urla, un ritornello potente e tanta energia. Sono queste le cose che dovrebbero passare nelle radio, ecco.
Snocaps – Heathcliff
Ci sono dischi che sono importanti per certe carriere e dischi che sono fatti per puro piacere, per gusto personale. Le Snocaps sono due sorelle (una è la nota Waxahatchee) e dopo avere iniziato assieme in adolescenza le due hanno percorso i propri sentieri personali per poi decidere, solo per un breve tempo, di tornare insieme, formare questo duo (che è poi una vera e propria band, compreso il noto chitarrista Mj Lenderman) scritto metà dall’una e metà dall’altra. Semplici quanto irresistibili guitar song, ritornelli e melodie, alcune date e poi stop, si tornerà alle proprie carriere. Un piccolo gioiellino, insomma da non lasciarsi scappare.
Anna Von Hausswolff – Facing Atlas
La svedese è sempre stata un nome di culto e pure sempre complessa musicalmente: la voce dura, le produzioni vicine al mondo metal e doom, la potenza che sicuramente poteva piacere quanto allontanare. Quest’anno deve essere cambiato qualcosa perché Anna è tornata con Iconoclast e ha ammorbidito la formula, modulato la voce e inserito nelle strutture sempre intricate spruzzate di elettronica e momenti di luce maggiore. E per dirlo in sintesi ha scritto uno dei dischi più interessanti e potenti dell’anno, sicuramente e sempre non facile ma pieno di una rara potenza.
Tobias Jesso Jr – I Love You
Tobias Jesso Jr è quasi più un autore per altri che per sé stesso, tanto che dal suo (celebrato) disco del 2025, un esordio che aveva attirato parecchie attenzioni, è partito un silenzio decennale, mentre scriveva e produceva canzoni con mezzo mondo del pop (da Adele a Pink, da Dua Lipa a Justin Bieber). E poi un giorno d’autunno ha detto che sì, era pronto al proprio secondo album. Un album spoglio e intimo, fatto quasi sempre di pianoforte e voce, una struttura confermata anche in questo primo singolo che aggiunge qualcosa in più, una folle parte ritmica che sembra fuori tempo e spezza completamente l’incedere della canzone, sorprendendo con piacere. Una bella chicca nascosta in questo finale di anno.
Sorry – Waxing
Sono, per un motivo o per l’altro, ancora una creatura mezza sconosciuta, questi Sorry eppure sembrano quel gruppo in grado di metterci più intensità e potenza di altri. Questa “Waxwing” gira da mesi in rotazione negli ascolti, con la sua epicità e ci fa dire: occhi aperti su questi ragazzo londinesi.
I concerti del 2025
Tanti i concerti belli, magari meno numericamente dello scorso anno (che per una serie di coincidenze aveva goduto anche di concerti a Berlino, Oslo e Parigi, all’interno di dodici mesi, una fortuna rara) ma tutto ben scelti e con picchi di intensità rara.
Di quasi tutti è capitato di scriverne online, forse il migliore è stato nell’accoppiata di Heartworms + Kyoto, una delle scoperte dell’anno, forse l’emozione più bella è stata nel ritrovare Patrick Wolf riemerso dai propri spettri così come di trovare finalmente Ry X, in una assurda serata di tempesta nell’emilia più profonda. E non è stato niente male, anche per il percorso con la figlia che ne è nato, l’esperienza di Olivia Rodrigo a Milano, in un raro evento popolare in termini di numeri di persone e che pure ha saputo parlare di musica, di note e di emozioni.
Ma di tutte le cose di cui è bello scrivere, forse i concerti sono la migliore e quindi ecco qualche link:
- Heartworms - Bronson, Ravenna
- Benjamine Clementine - Estragon, Bologna
- Olivia Rodrigo - Ippodromo, Milano
- Ry x - Rocca Malatestiana, Cesena